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  • Appunti sulla stilistica (italiana) di László Gáldi
    108-121
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    The paper deals with László Gáldi’s Introduction to Italian Stylistics (1971), placing it in the coeval context of the methodological discussions between stylistics and structuralism in the 60s and 70s, as well as in the history of the Italian stylistics in the 20th century.

    It investigates the theoretical sources of Gáldi’s book, which was influenced by different reference points: the European Romance philology, the Russian literary theory (mainly Viktor Žirmunskij’s approach to stylistics) and the Rumanian aesthetics and literary criticism.

    Moreover, it shows the connection between the Introduction and Gáldi’s previous works, particularly the important book on the poetical style of Mihai Eminescu (1964), maybe Gáldi’s most relevant stylistic study, and other significant works of the same period (an interesting stylistic analysis of Musset’ Stances and a historical study of Rumanian versification).

    In doing so, it shows the rich methodological and theoretical sources of Gáldi’s Introduction and the peculiar position of the Hungarian scholar in the history of European stylistics.

  • Fortuna e traduzione delle opere letterarie italiane in Ungheria
    20-35
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    La critica letteraria, sia in Ungheria che in Italia, ha prestato grande attenzione alla fortuna e all'irradiazione della letteratura italiana in Ungheria, basti pensare ai tredici volumi, frutto della collaborazione scientifica della Fondazione Giorgi Cini di Venezia e dell'Accademia ungherese delle scienze. L'articolo mira a offrire un'ampia panoramica del successo della letteratura italiana in Ungheria, soprattutto attraverso le traduzioni. L'articolo esamina i vari periodi storici e i movimenti letterari che hanno caratterizzato i contatti letterari tra i due paesi. Fino alla seconda metà del XVIII secolo, l'irradiazione della letteratura italiana si manifestava innanzitutto nell'adozione dei suoi modelli letterari e delle sue formule poetiche nelle opere dei maggiori autori della letteratura ungherese. Il diciannovesimo secolo vide invece la stagione della traduzione dei grandi classici della prima letteratura italiana (Dante, Petrarca e Boccaccio) tradotti di nuovo nel ventesimo secolo, grazie anche all'impegno degli italiani magiari. Infine, l'articolo si concentra sulla situazione attuale, descrivendo le traduzioni di autori contemporanei.

  • Luigi Russo: l’unità di scienza e vita
    10-19
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    Nella sua attività di storico e critico Luigi Russo considerò la letteratura non nella prospettiva circoscritto sapere disciplinare, ma tese sempre a correlarla ad aspetti più ampi del reale, della storia, a “fare storia” più che a “saper leggere”, a connettere sempre “scienza” e “vita”, teoria e prassi, studio e valori etico-politici, secondo l’insegnamento di Francesco De Sanctis, enunciato nella straordinaria omonima prolusione napoletana del 1872, da Russo interpretata nella monografia Francesco De Sanctis e la cultura napoletana del 1928. L’opera di Luigi Russo, antiautoritaria, antidemagogica, antidittatoriale, può ancora essere punto di riferimento per coloro a cui stanno a cuore, insieme, i valori della cultura e della polis.

  • Umberto Eco e l’Apocalisse
    146-159
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    L’Apocalisse è un mitologema che ha fornito forme simboliche e strutture narrative alla letteratura contemporanea: Karl Löwith, Frank Kermode, Ernst Bloch sono solo alcuni degli studiosi che hanno messo a tema la resistenza e la produttività del paradigma apocalittico nell’età secolare. Umberto Eco ha intrattenuto con l’Apocalisse un lungo commercio, fin dalla pubblicazione di
    Apocalittici e integrati. Nei suoi saggi e nei romanzi, l’Apocalisse appare come dispositivo di rivelazione, ma anche di occultamento e falsificazione (Il nome della rosa), e come modello transmediale di traduzione e di riuso (Beato di Liebana, Enrico Baj, La misteriosa fiamma della regina Loana).

  • Perché leggere i classici francesi: Calvino e la lezione dei maestri d’oltralpe
    119-131
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    59

    Il trasferimento di Calvino a Parigi nel 1967 segna una nuova fase della sua vita, in cui, inevitabilmente, il contatto con la cultura francese si fa più stretto e diretto. Il saggio esamina il rapporto che, negli anni parigini e in quelli del rientro in Italia, lo scrittore intesse con i grandi classici francesi, negli scritti sparsi e all'interno delle Norton Lectures.