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Perché la socialdemocrazia italiana va reinterpretata oltre i luoghi comuni del dopoguerra
52-68Views:60Il presente contributo recensisce il volume di Michele Donno, Sulle tracce della Socialdemocrazia. L'altra storia dei socialisti italiani 1925-1964, che offre una rilettura controcorrente del ruolo del socialismo democratico nei primi decenni della Repubblica Italiana. L'autore sfida la consolidata "damnatio memoriae" che ha storicamente bollato la scissione di Palazzo Barberini del 1947 come un tradimento opportunistico, proponendola invece come un lucido tentativo di riallineare il socialismo italiano agli standard democratici ed europei, in netta opposizione all'anomala alleanza del PSI con il PCI e l'Unione Sovietica. Attraverso una ricognizione che unisce storia politica e analisi delle politiche pubbliche (come la gestione del Piano Marshall), il libro evidenzia la funzione di "cerniera" e di garanzia democratica esercitata dal partito di Giuseppe Saragat (PSLI/PSDI). Tale forza minoritaria risultò decisiva sia per il saldo ancoraggio dell'Italia al blocco occidentale nel 1948, sia come incubatore politico del primo centro-sinistra organico nei primi anni Sessanta. Pur rivendicando la lungimiranza delle scelte atlantiste, europeiste e riformiste dei socialdemocratici, lo studio non ne nasconde le vulnerabilità strutturali: la cronica mancanza di risorse economiche, l'incapacità di radicarsi come partito di massa e il progressivo declino caratterizzato da derive clientelari. In conclusione, l'opera restituisce dignità a una cultura politica autonoma, invitando a ripensare le dinamiche di stabilizzazione e modernizzazione dell'Italia postbellica oltre i tradizionali schematismi ideologici.